Verità del confine
  • Una storia non esiste se non viene raccontata...

    A cura di Nino Fezza
  • 13.1.13
    Storia di Thomas e il caporale Haighway

    Agli inizi del 1991 comincia in Sierra Leone il formarsi di una guerra civile, le cui cause sono date anche dalla posta in gioco di miniere di diamanti. Il principale gruppo ribelle è il Revolutionary United Front (RUF) che semina violenza nello stato. L'associazione è appoggiata dal presidente Taylor (Liberia) e dallo stato del Burkina Faso. Inoltre, gli interessi economici spinsero ad un coinvolgimento delle forze politiche locali, di multinazionali straniere e dei Paesi vicini. Si aggiungono alla guerra civile anche continui colpi militari che devastano la situazione civile dello stato. Per difendere la capitale Freetown e i civili dal RUF entra in gioco l'ONU. La tregua viene rotta nel 2000 dal RUF, che riprende le ostilità contro Freetown. Dall'inizio di questo conflitto si contano 100mila morti e 2 milioni e mezzo di profughi.

    Solo Freetown era sotto il controllo dei governativi il resto del paese era sotto il controllo dei ribelli Ruf. La linea di confine era un villaggio dal nome roboante Waterloo in realtà due file di baracche su una pista polverosa. E’ qui che avevamo l’appuntamento con un gruppo di ribelli del Ruf. Eravamo 3, io, Luciano il nostro soundman e Silvestro Montanaro. Aspettammo un’intera mattinata prima che qualcuno si facesse vivo. Gli abitanti ci guardavano curiosi, era tanto tempo che non vedevano uomini bianchi. Era il Natale del 2000 erano passati 10 anni dall’inizio della guerra. Finalmente nel tardo pomeriggio quando avevamo perso ogni speranza arrivarono due Land Rover cariche di ribelli armati fino ai denti. Ci caricarono sulle jeep senza tanti convenevoli. Quando siamo saliti su queste macchine eravamo pigiati come sardine. Sentivo un odore acre di polvere e sudore che ti entrava forte nelle narici. Viaggiammo per piu’ di 3 ore e vero il tramonto raggiungemmo un villaggio semi distrutto dai bombardamenti. Si stava facendo buio quel buio che solo le notti africane possono regalari. Un buoi intenso che ti prende e ti avvolge e quasi ti toglie il respiro. In quest’atmosfera sospesa ci trovammo di fronte a colui che poi scoprimmo essere il comandante dei ribelli della provincia. Si faceva chiamare Submarine, pare che suo nonno avesse navigato su una vecchia petroliera che batteva bandiera liberiana. Insieme a lui c’erano decine e decine di uomini armati, ragazzi, giovani, uomini anziani. Visi sudati illuminati da luci fioche, sguardi diffidenti di uomini adulti e sguardi curiosi di bamini, di ragazzi. Il colonnello Submarine per quella notte ci offri’ il suo letto, un solo letto sporco, lercio, puzzolente da dividere in tre. Un dono a cui non si puo’ dire no, questa fu la prima notte tra i ribelli del RUF.

    Alle prime luci ci svegliammo. In Africa non ci si puo’ che alzare all’alba, le giornate sono scandite dall’alba e dal tramonto. La vita inizia lentamente alle prime luci. Uscii da quella stanza maleodorante e la prima cosa che vidi furono due bambini dell’età di cira ci circa 12 anni con un Kalashnikov sulla spalla stava lavando dei panni in un catino. Quando mi vide comparire mi sorrise e mi diede il buongiorno con un inglese molto improbabile. Questo fu il “mio prima bambino soldato” che incontrai. Ce n’erano tanti di bambini tutti armati. Scalzi, con pantaloncini sporchi e strappati con il Kalashnikov lucido ed efficiente. Li ho guardati attentamenti, sulla tempia dei taglietti. Ho scoperto che in questi tagli venivano inserite delle sostanze allucinogene. Andavano da una parte all’altra del villaggio ma non abbandonvavano mai la loro arma. Li ho visti giocare a calcio con un vecchio pallone ma sempre con l’arma sulla spalla. Li ho visti cucire, li ho visti pulire le stanze dei ribelli, ho visto pure qualcuno uscire dal letto di un ribelle e questa è la vita dei bambini soldato. Vengono rapiti, strappati dalle loro famiglie, utilizzati per i lavori domestici, per trasportare armi e munizioni, spesso per soddisfare i bisogni sessuali di chi li ha rapiti. Per premio... un Kalashnikov e un grado. E’ cosi’ che ho conosciuto Thomas e il caporale Haighway. Entrambi dodicenni, anche loro strappati dalle loro famiglie. Quando li ho conosciuti io erano già stati promossi sul campo ed avevano un loro piccolo plotone di bambini soldato. La loro è una storia incredibile. Avevano ammazzato 85 persone, al meno questo era il numero di cui si parlava. Tutto questo come se fosse un gioco. Fermavano qualsiasi macchina passasse per la strada, mettevano in un sacchetto di juta dei bigliettini con su scritto braccio taglio corto, braccio taglio lungo, gamba, piede, testa, ecc.. I malcapitati che venivano fermati subivano la sorte in base al bigliettino che loro stessi estraevano. Per loro era una specie di gioco, talmente erano stati indottrinati dai ribelli. Ho vissuto con i ribelli per ben 20 giorni in cui ho visto questi bamnbni tornare bambini. Spesso la sera venivano con noi, con “i tre bianchi stranieri”. Uno dei loro giochi preferiti era giocare con i miei capelli, toccarli, perchè erano lisci, chiari... non avevano mai visto un bianco. Altri si divertivano invece a contare le punture di zanzare che avevo addosso, 135. Il rapporto che si stabili’ con il colonnello Submarine fu un rapporto strano, intenso, mi verrebbe da dire un rapporto tra “gentiluomini”. Siccome era in corso con le forze delle Nazioni Unite per in tregua, gli chiedemmo di consegnarci come segno di buona volontà un gruppo di bambini soldato da riportare alle loro famiglie. Ci consegno’ Thomas e il caporale. Ci riaccompagniarono a Waterloo e da li’ rientrammo a Freetown. Il nostro primo pensiero fu di riportare i due bambini alle loro famiglie. Non rintracciammo la famiglia di Thomas ma rintracciammo la famiglia del caporale. Incontrammo il padre e mi si gelo’ il sangue quando ci disse in maniera ferma e decisa che non poteva riprendere in casa quel figlio. Aveva vissuto troppo con i ribelli, aveva vissuto troppa violenza e temeva che potesse far del male ai suoi fratelli. Li abbaimo lasciati all’UNICEF. Da quell’esperienza ho portato con me due cose: la mia prima malaria e un senso di impotenza davanti a quel padre che con modi sereni ma decisi deciva “non posso riprenderlo in casa tempo possa fare del male ai suoi fratelli”...

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